Riesco a fatica a farmi largo tra catene dorate, pinze di qualsiasi dimensione, pietre pronte per essere incastonate e fogli di carta su cui sono disegnati a matita appunti e ispirazioni.
E' il laboratorio personale di Giampiero Alcozer, il suo regno. Qui ogni idea può diventare realtà, che si tratti di una coppia di ballerini che danza su una luna di rubini o una collana a forma di cuore che racchiude come uno scrigno un piccolo giocattolo di quando eri bambina.

La domanda che gli vorrei fare è soltanto una: come trovi l'ispirazione per creare tutte queste meraviglie?
"L'idea spesso nasce dalla materia prima, è la pietra che mi parla e mi dice cosa vorrà diventare. Questa pietra sarà un guscio di tartaruga, vedi le venature? Questa invece sarà perfetta con un serpente che le si avvolge intorno".

Io vedo solo delle pietre, molto belle e colorate, ma per me sono tutte simili.
"La mia sensibilità è più allenata, creo una media di 15 pezzi al giorno, per 330 giorni all'anno, da 27 anni. Qualcuno crede che io sia attaccato al lavoro, ma la mia è piuttosto una condanna. E' la necessità fisica di dover creare, di cercare una pace nel far vedere al mondo quello che c'è nella mia testa. Per questo motivo non riesco mai a fare la stessa cosa per due volte, mi ucciderebbe. Sono sempre alla ricerca di nuove strade da percorrere, con la consapevolezza di non aver ancora creato il mio gioiello migliore".

Questa necessità di esprimersi si sviluppa solo nella gioielleria?
"No, quando voglio riposarmi dal lavoro spesso dipingo, o faccio della scultura. Mi rendo però conto di quanto per me sia più difficile fare un quadro rispetto ad un bracciale oppure un anello. La gioielleria artigianale è la mia comfort zone, è il mondo in cui sono perfettamente a mio agio e in cui mi muovo meglio. Capita spesso però che mentre sto dipingendo possa venirmi l'idea per un gioiello; a quel punto interrompo tutto e torno a lavorare, la mia dolcissima condanna".

Sembra quasi che dietro a tutta questa bellezza ci sia una sofferenza interiore.
"La condizione dell'artista è di sofferenza, di frustrazione, di ricerca continua, di inseguimento. Ma la più grande soddisfazione, ciò per cui non cambierei il mio lavoro con nessun altro, è che nella mia arte posso mettere tutto quello che vedo, le persone con cui parlo, un film che ho visto o un libro che ho letto, tutto l'amore che provo per la mia famiglia. Non so se tutto questo traspare dalle mie creazioni, ma sono sicuro che una persona attenta possa capire molto del mio mondo. Qualcuno li chiama accessori, io li chiamo VITA".